Esistono tanti Enrico Baj e un solo Enrico Baj.
Dietro questo apparente paradosso si celano le molte vite artistiche, letterarie, ma anche affettive e familiari di un uomo, di un artista, vissuto a
lungo e di una vita piena, ma si perpetuano anche le moltissime e diverse fasi espressive della sua pittura: fasi sempre nuove, sempre varie, eppure sempre Baj, sempre riconoscibili e, senza sottovalutarne l’originalità sperimentale, sempre coerenti a una certa linea poetica, quella dell’immaginazione, dell’ironia, del polimaterismo, dell’antropomorfismo.
Enrico Crispolti sottolineava tale coerenza ideologica nel terzo e ultimo catalogo ragionato dell’opera di Baj (edizione Bandecchi & Vivaldi 2004), individuando due binari ben evidenti e sempre conviventi nella sua ricerca: da un lato la morfologia dell’immagine, e dall’altro la prospettiva di contenuto. Le opere raccolte in questa esposizione raccontano in larga parte quella specifica stagione artistica che si sviluppa tra anni Ottanta e Novanta del Novecento, nella quale Crispolti non vedeva rilevanti innovazioni “tematiche” rispetto ai cicli dei decenni precedenti, quanto piuttosto delle novità “morfologiche”, dunque nuovi esiti nel linguaggio espressivo, che in questo catalogo vediamo ben riuniti: assemblage polimaterici su maschere e totem di legno, pittura e applicazioni su feltro, piccoli volti frontali con intersezioni combinatorie.
Soprattutto, il critico intravedeva, nella produzione più recente di Baj, l’accentuarsi di tensione drammatica: “una prospettiva d’allusione […] ad una condizione collettiva d’esserci sociale quanto individuale nella società attuale, assillata dal grande numero e dal consumismo spinto” (p. 10).
È come se Baj, sulla soglia dell’ultima globalizzazione, seguita al crollo del Muro di Berlino e all’avvento di internet (1989), avesse dipinto la FOMO (Fear of Missing Out) e la proiezione esasperata del Selfie, che caratterizzano buona parte delle attuali dinamiche di comunicazione sui social media e non solo. Nel 2004 Crispolti rilevava dunque, come tema di molti cicli di Baj degli anni Novanta, l’ansia di esserci, l’individualismo, l’aumento della popolazione globale e il consumismo; individui, quindi, come singole isole, ma orientati in arcipelaghi di simili esasperazioni dei consumi e di rivendicazioni di sé: la serie dei Guermantes, in fondo, sembra parodiare in modo grottesco e divertente questa devianza sociale di cui oggi iniziamo a vedere gli effetti in modo diffuso.
Con la serie degli Specchi, avviata già diversi anni prima, appare per la prima volta nell’opera di Baj l’allusione esplicita a un io frammentato. Assecondando una tradizione secolare della pittura europea, che trovava nel gioco di riflessi e di sguardi un motivo per sondare il significato attribuito alle immagini (da Parmigianino a Velazquez), Baj fu tra i primi moderni a cercare e ottenere, in un mosaico ottenuto con frammenti di specchi rotti giustapposti, l’inclusione dell’immagine riflessa dell’osservatore. Tra le figure fantastiche realizzate a specchio, eredi degli Ultracorpi nucleari, apparivano sì un corpo e un volto frammentati nel riflesso, ma forse si trattava anche di un tentativo da parte dell’artista di ricomporre la figura (così come avveniva contemporaneamente nei primi collage polimaterici sul finire degli anni Cinquanta), dopo gli albori della pittura nucleare in cui grumi di materia apparivano ancora disgregati sulle tele, tra emulsioni, smalti, atomi, spirali e abbozzati esseri larvali.
Nei primi anni Novanta, dalla fucina dello studio dell’artista nasce una nuova schiera di personaggi stupiti e colorati: una folla di Totem e di Maschere, su basi di legno grezzo, dipinte con segni essenziali, coloratissimi, tatuati e agghindati con parrucche, orpelli, accessori improbabili, ma sempre morfologicamente credibili nell’insieme dell’immagine antropomorfa. In essa, la società di massa novecentesca lascia il posto all’individualismo e all’aggregazione tribale. Alla luce degli scritti critici del periodo, in cui Baj spesso e volentieri polemizza con la new age, il consumismo sfrenato e la mercificazione della cultura, sembra di trovarsi di fronte a un ritratto globale contemporaneo, come sempre traslato sul terreno della farsa. Ma i nuovi maestri, i guru e i magh di allora, fra le righe e sotto i grandi occhioni e ciglioni di totem e maschere possono oggi facilmente stigmatizzare gli influencer di oggi, o meglio la folla di sguardi che li seguono in una sorta di ipnosi collettiva.
Nella sua fulminante analisi, contenuta nel catalogo generale del 2004, Roberto Sanesi sembrava intuire un’ulteriore proiezione della moltitudine di ritratti di Baj: una sorta di post-moderno Leviatano in cui una folla moltiplicata definisce un’immaginaria unica metropoli mondiale: “Ma infine, queste teste, maschere, facce, ritratti, come sono, di chi sono (da dove vengono? dove vanno?). Il loro primitivismo, orientalismo, o efficace appartenenza a un’idea di metropoli […] le rende nella loro moltiplicata diversità UNA testa” (p. 56). Nel ciclo dei Feltri, che cronologicamente chiude la serie di lavori presentati in questa mostra, Baj evolve la vena letteraria già avviata con il ciclo di Ubu e del Giardino delle delizie ma addolcisce al contempo l’eccesso ridondante dei Combinatoire in sognanti costellazioni ibride e neo-mitologiche, accentuate dal calore del materiale scelto, la lana, dipinta e completata dal collage.
Animali, maschere, astri e giduglie appaiono, tra il sogno e l’incubo, come nuove aggregazioni di segni scomposti, alla ricerca di nuove unità e integrità. Come ha ricordato Carlo Ossola in un recente convegno dedicato al centenario della nascita di Baj (Roma, Accademia dei Lincei, 31 ottobre 2024), la frammentazione o scomposizione del volto umano emerge come fatto inquietante e costante nelle raffigurazioni artistiche occidentali
moderne. Nelle lettere come nelle arti visive, tale decomposizione assume i tratti di un motivo costante, talvolta latente, altre lampante e assertivo, come nel caso della pittura cubista, futurista ed espressionista dei primi decenni del Novecento; una disgregazione che si ritrova ancor più drammatica nella pittura e nella scultura informali del secondo dopoguerra.
Le innovazioni tecnologiche e le conseguenti spinte tecnocratiche, innescate a valanga dalla seconda rivoluzione industriale, hanno provocato, nelle rappresentazioni di sé d’inizio Novecento, la deflagrazione della forma e dell’unità organica, un processo che la disumanizzazione della macchina bellica del primo conflitto mondiale ha accelerato ed esasperato, fino ai successivi esiti dell’annientamento atomico.
Fin dagli albori delle civiltà, nella rappresentazione del corpo umano il volto assume un valore identitario per gli individui. Anche soltanto considerandone l’anatomia, sul volto si trovano ben quattro dei cinque canali che veicolano i sensi con cui ci relazioniamo con il mondo. Al di là delle funzioni organiche, sulla testa e sul viso proiettiamo la certezza della nostra identità, l’interezza del nostro essere. Il volto è il punto focale delle nostre attenzioni istintive, del nostro magnetismo animale, delle nostre considerazioni psicologiche, delle reazioni empatiche verso il prossimo.
Nell’esplorazione quotidiana del mondo, il nostro sguardo cerca naturalmente quella connessione invisibile e bipolare con lo sguardo dell’altro, e da lì ne indaga il territorio circostante; faccia o maschera di sé, nella forma in cui appare la persona leggiamo la crisi dell’individuo contemporaneo, che può sentirsi, come intuito da Luigi Pirandello, Uno nessuno e centomila (1926).
Nel catalogo della mostra con cui Baj, nel 1991-92, presentò alla Galleria Marconi il ciclo kitsch del Giardino delle delizie, Umberto Eco si rivolgeva così all’artista: “[…] nei tuoi quadri forse tu raffiguri sempre te stesso, ovvero una tua idea del tuo io diviso. Di fronte alle ultime prove dovrei aggiungere che raffiguri anche un io moltiplicato, anzi un Noi moltiplicato, e anche se io non ci sarò più quando saremo dodici miliardi, la faccenda mi induce a ritenere che tu continui a modo tuo a raccontare la storia di una apocalisse”
Luca Bochicchio