Lucio Fontana Disegni dal 1934 al 1965
Lucio Fontana Disegni dal 1934 al 1965 1965
06 Aprile 2019 - 06 Maggio 2019
Curata da : Alessandro Azzoni
Artisti presenti : Lucio Fontana

Quella di Lucio Fontana è una ricerca di fondamentale importanza per la storia dell’arte del Novecento: le sue opere spazialiste, nelle quali attraversa la superficie bidimensionale dell’opera per trovare infinite possibilità nello spazio, scuotono la scena artistica italiana e mondiale a partire dalla fine degli anni ’40, abbattono le distinzioni fra pittura e scultura, fra opera e ambiente. I famosi buchi, i tagli, le prime installazioni spaziali si sono impresse nell’immaginario comune – altrettanto possiamo ammirare le sculture, le ceramiche, le decorazioni d’interno. Tutto questo corpus di lavori trova però una base fondante in una pratica costante, inarrestabile, portata avanti per decenni nella quale trovano forma embrionale tutte le più geniali intuizioni fontaniane: il disegno. Fontana è prima di tutto scultore: lavora nell’officina di scultura del padre in Argentina per poi abbandonare lo stile realistico e recepire la lezione cubista di Archipenko prima, e quella di Adolfo Wildt poi, con cui studia all’Accademia di Brera, a Milano, dove torna nel 1927. Il disegno, per lo scultore, è lo strumento per fissare l’idea con pochi tratti prima di realizzarla come un oggetto tridimensionale. Per Fontana, che invece intende superare sia la figurazione che l’astrattismo, nel segno di una libera azione nello spazio, mutuata dalle vertiginose invenzioni del Barocco, il disegno diventa un campo dove compiere le ricerche più ardite. Con un semplice tratto di matita, pennino o di veloce penna biro, Fontana trasforma il foglio in un luogo virtuale, dove con un gesto traccia la luce e lo spazio tridimensionale nella bidimensionalità della carta, senza bisogno di costruzioni accademiche. Le opere in mostra alla Galleria d’Arte L’Incontro di Chiari offrono un’esaustiva antologia di questa produzione inarrestabile, restituendo gesti, progetti e idee di una freschezza tutt’oggi senza eguali. I trenta disegni in mostra, tutti archiviati alla Fondazione Lucio Fontana e pubblicati sul fondamentale Catalogo ragionato delle opere su carta spaziano dal 1934 al 1967, e attraversano l’intera evoluzione delle ricerche di Fontana. L’opera su carta di Fontana viene da subito riconosciuta dalla critica come produzione fondamentale, già a partire dagli anni Trenta. Nel 1967 De Bartolomeis scrive in Segno antidisegno: "Disegnare per Fontana significa esplorare le possibilità dell'espressione, progettare l'uso degli strumenti formali, ricercare, saggiare il potere dell'astrazione e del pensiero; ma significa anche servirsi di un mezzo idoneo senza la limitazione di un atto preparatorio, proprio per mantenere nel prodotto la vitalità e il movimento che egli ha messo dentro il gesto inventivo". Dall’opera più datata, “Composizione Astratta”, un inchiostro su carta del 1934, si vede come già Fontana cercasse di delineare forme che si liberassero dalle restrizioni formali del dipinto e della scultura. Nei disegni degli anni ’40 compaiono figure umane, studi per sculture figurative che mettono in luce la consapevolezza plastica del Fontana scultore – ma anche l’uso libero della linea per delineare già dei “Concetti spaziali”. E’ del 1947 infatti il Primo Manifesto dello Spazialismo, che Fontana pubblica insieme a Joppolo, Kaisserlian, Milani, dove scrive “È impossibile che l'uomo dalla tela, dal bronzo, dal gesso, dalla plastilina non passi alla pura immagine aerea, universale, sospesa, come fu impossibile che dalla grafite non passasse alla tela, al bronzo, al gesso, alla plastilina.” Potremmo affermare che la carta è il luogo neutro dove questa immagine pura e universale si libera dai vincoli della materia, e dove l’artista con il semplice segno la può delineare, come farà Fontana invece nello spazio vero e proprio della prima installazione spazialista Ambiente spaziale a luce nera, 1948-49, allestita presso la Galleria Il Naviglio di Milano. Sembra di continuare a vedere quelle linee sinuose, quasi biomorfiche, o appartenenti a lontane galassie negli Studi per Concetto Spaziale del 1957. Allo stesso modo, le forme sinuose dei liberi gesti di Fontana nello spazio si ritrovano negli Studi per Ambiente spaziale per la IX Triennale di Milano del 1951: Fontana rappresenta sulla carta la famosa scala della Triennale, e prova ad immagine delle linee curve che si sviluppano libere sospese nell’ambiente. L’installazione sarà poi davvero realizzata da Fontana con un grande neon sospeso che disegna un unico straordinario gesto aggrovigliato: questa storica installazione può essere tutt’ora ammirata al Museo del Novecento di Milano. Il segno tracciato a penna su carta è diventato pura luce. Sempre al Museo del Novecento di Milano è visibile il grande soffitto del 1956, proveniente dall'Hotel del Golfo dell'Isola d'Elba. Fontana traduce infatti la sua nuova concezione di un’arte libera nello spazio come un ritorno all’opera d’arte totale (spazialmente parlando), o reminiscente della concezione barocca, se vogliamo, in cui l’artista non si limitava a circoscrivere la sua arte all’interno della cornice, o della parete, ma permeava l’intera struttura, intervenendo sulle decorazioni, sui soffitti, sulle architravi. E ritorna altrettanto la figura di un artista che dopo le avanguardie e l’astrattismo, torna ad essere realizzatore di commissioni pubbliche. Così vediamo gli Studi per decorazione spaziale del ’49 e del ‘51, gli Studi per decorazione di parete spaziale del 1960-61, gli Studi per parete spaziale per la Camera di Commercio di Milano del 1957, gli Studi per architettura d’interni del ’52, dove i buchi dei Concetti spaziali su tela vengono disseminati su architravi dal sapore cubista. Notevole è anche Tomba, studi per cappella funeraria del 1956, dove Fontana immagina una cappella disseminata di segni per l’imprenditore Antonio Melandri, poi effettivamente costruita nel ’59 a Faenza ma riscoperta solo nel 2006. Apice del lavoro in committenza di Fontana sarà il concorso della Quinta Porta del Duomo di Milano del 1950, vinto ex aequo con Luciano Minguzzi: gli straordinari bozzetti barocchi in gesso di Fontana erano stati considerati troppo arditi, troppo moderni, e la porta fu infine assegnata a Minguzzi. Ma la ricerca di Fontana intorno alla simbologia sacra non si interrompe: sono celebri infatti le tre Vie Crucis in formelle di terracotta e ceramica smaltata, realizzate fra il 1947 e il 1957, le cui forme si ritrovano in Studio per Cristo del 1951, Deposizione del 1955 e Studio per formelle del 1957. Queste sacre rappresentazioni sono delineate con barocca libertà con segni contorti e chiaroscuri decisi: i corpi diventeranno materia, gli spazi saranno resi con graffi e tagli sulla terracotta. Come scrive Enrico Crispolti: “Delineando contorni d’immagine, il segno, soprattutto se a penna, si stacca dalla materialità del bianco del foglio, al modo stesso di come il segno inciso, nei rilievi, circoscrive una presenza di idea di figura configurandola dialetticamente entro un contesto materico, quale la terracotta; concetto e materia.” Ma Fontana non abbandona mai lo studio della figura umana, alla base di ogni volume, di ogni idea di movimento di boccioniana memoria. E copiosa è la produzione di disegni di nudi femminili: a volte simili a matrone arcaiche (Nudo femminile, 1958-60, Nudi femminili, 1951) a volte ritratti (Ritratto femminile, 1956), a volte donne ritratte in pose moderne (Figura femminile, 1960-64), addirittura con scarpe col tacco (Nudo femminile, 1958-60). E’ lo stesso Fontana, in una intervista di Mario Pancera del 1962 a raccontare: “… Alla domenica disegno. Viene qui una modella e io riempio cartelle su cartelle di nudi femminili. Lo faccio per tenermi in esercizio. Quasi di nascosto. Nessuno mi disturba nei giorni di festa.” Non mancano infine le testimonianze delle continue ricerche di Fontana di nuove soluzioni per opere che si disseminano nello spazio, che si riempiono di buchi o tagli, che assumono forme sempre nuove (Studi per “Concetto spaziale”, 1960-61 e 1962-63). A partire dal ’64 Fontana concepisce i Teatrini: quinte in legno laccato che incorniciano uno spazio di possibilità solcato da buchi; i disegni dal ’64 al ’67 mostrano l’instancabile ricerca di forme sempre nuove, soluzioni formali, astrazioni inedite, proseguita fino alla morte dell’artista, avvenuta nel 1968. 

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